Macbeth è forse l’opera più nota e rivisitata di Shakespeare: il dramma ha avuto molteplici trasposizioni teatrali e operistiche, nonchè numerosi adattamenti cinematografici in cui si sono cimentati registi quali Orson Welles, Akira Kurosawa, Roman Polanski.

Nella tragedia shakespeariana il sangue e l’oscurità sono i due elementi essenziali: se Welles caratterizzò il suo Macbeth del 1948 per una presenza costante delle tenebre, Polanski completò la tragedia in una forma di traslazione del proprio dolore (dopo il massacro della moglie Sharon Tate e altri amici ad opera della Family di Charles Manson, nell’estate del 1969).

MacbettuOra è invece il turno dell’autore e regista Alessandro Serra e della sua compagnia Teatropersona, che rilegge il Macbeth della Scozia medioevale nel Macbettu di una Sardegna atemporale. Dopo una fortunata tournée partita dalla Sardegna e continuata nella penisola, e dopo il riconoscimento come miglior spettacolo dell’anno con il Premio Ubu 2017, il Macbettu arriverà a Casalecchio il 22 marzo prossimo, al Teatro Laura Betti.

Oggi abbiamo incontrato l’attore tempiese – e bolognese d’adozione – Fulvio Accogli, per scambiare quattro chiacchiere. Fulvio, come nella più pura tradizione shakespeariana, in cui anche i personaggi femminili venivano messi in scena da attori uomini, interpreta Lady Macbettu.

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Leonardo Capuano e Fulvio Accogli (foto: Alessandro Serra)

Fulvio, possiamo dire che il “posto libero” lasciato da Franco Cordelli al Piccolo Teatro di Milano, è stato occupato dal Premio Ubu 2017?

Si, ma anche dal Premio Anct e da tutto il pubblico che viene a vederci e ad ogni spettacolo continua a stupirci per la calorosa accoglienza. Da quando siamo sbarcati in continente (la prima volta a Maggio 2017 al CRT Teatro d’Arte di Milano) abbiamo ricevuto commenti positivi e il passaparola ha fatto sì che i teatri fossero sempre pieni.

Quell’articolo sul Corriere della Sera che sembrava essere un attacco allo spettacolo si è rivelato un invito per il pubblico, che ci ringrazia per l’utilizzo della lingua sarda non solo nell’isola, ma anche e soprattutto in continente, cosa non così scontata.

Dalle diverse recensioni lette il Macbettu più che recitato è musicato, sia per l’uso del sardo che “trasforma in canto ciò che in italiano rischierebbe di scadere in letteratura» (cit. Alessandro Serra), sia per la sarabanda di suoni con fischi, voci, versi animali e la musica delle pietre sonore di Pinuccio Sciola.

Sì, Alessandro ci ha fatto richieste specifiche: lui conosce bene la nostra terra essendone anch’egli un figlio, ci ha guidato con l’aiuto di Giovanni Carroni (nuorese “DOCG”) che da dentro la scena ci suggeriva e ci stimolava a trovare le nostre radici, fatte di suoni e di silenzi, di tensioni e di sguardi. Nel gruppo i barbaricini Carroni e Stefano Mereu sono stati punti di riferimento da cui imparare il più possibile: non si sono mai risparmiati nell’aiutarci ad entrare dentro quel mondo che è la Barbagia.

È stato un ritorno a casa per tutti: la possibilità, la responsabilità di raccontare noi stessi e un popolo. Alessandro ci ha fatto innamorare della nostra terra in profondità, focalizzandosi sul nucleo centrale e primordiale dell’essere sardi ed eliminando tutti i possibili elementi folkloristici.

MacbettuQuale sardo è stato scelto?

Sardo logudorese nella traduzione di Giovanni Carroni.

Nelle sue opere Shakespeare attraversa le innumerevoli contraddizioni dell’animo umano. Il Macbettu può essere visto come un tentativo di esplorare l’anima più recondita della Sardegna?

Assolutamente sì. Il Macbettu è per me l’occasione di ri-guardarci negli occhi come popolo.

Come hai preparato il tuo ruolo di Lady Macbettu? Intendo la sua capacità seduttiva incendiaria.

È tutt’ora un processo in divenire. La Lady Macbettu nasce e cresce grazie a diverse esperienze che nel corso di questi mesi di lavoro hanno contribuito e contribuiscono a fare crescere il personaggio. Alessandro ha svolto un ruolo fondamentale,  ha scelto un gruppo coeso, che non trema. Ci ha strutturato fisicamente, grazie anche all’aiuto di Chiara Michelini che ha curato i movimenti. Lei è un’artista a tutto tondo e di una sensibilità rara, che con me ha speso energie incredibili. Abbiamo lavorato molto sul corpo femminile cercando di evitare ogni ammiccamento. Ma più che su di un lavoro individuale, mi preme dire che la rifinitura di ogni personaggio è il frutto di un lavoro collettivo.

Puoi parlarci meglio di questo lavoro corale? 

Alessandro e Leonardo Capuano (Macbettu) sono stati due angeli custodi, ci siamo sempre confrontati, mi hanno dedicato tantissimo tempo e dato suggerimenti preziosi, ma soprattutto fiducia nell’affrontare certe tematiche. Alessandro concede l’elemento più prezioso per un’attore: il tempo e la protezione.

Tutt’ora ad ogni replica cerchiamo di andare oltre e di non accontentarci.
Recitare con Leonardo e condividere con lui questo percorso è un’occasione quotidiana di crescita professionale e umana, è sempre disponibile, instancabile.

 

Nello spettacolo ci sono colleghi che stimavo già da prima e lavorandoci ora ne capisco benissimo il perché. Il primo è Felice Montervino, cagliaritano e attore di talento ed esperienza nonostante la giovane età (dico giovane solo perché siamo coetanei); poi  Andrea Bartolomeo, che venendo dall’Abruzzo, regione che ha adottato molti sardi nei periodi migratori, si è rivelato sardo quanto e se non più di noi. Andrea ha esperienza teatrale a livello internazionale, incrementata ora dalla conoscenza del sardo.

In compagnia c’è anche Maurizio Giordo, portotorrese, che come Carroni ha scelto di vivere e fare il suo teatro in Sardegna, una scommessa stra-vinta, da esserne orgogliosi; Stefano Mereu, sorgonese, che lavora anche all’estero con progetti internazionali. E poi abbiamo Andrea Carroni barbaricino come il padre Giovanni e portatore sano di sardità e di freschezza, avendo lui appena 22 anni, ma grinta da vendere.

Insomma un luogo questo Macbettu dove incontrare e conoscere chi fa questo mestiere con disciplina ed etica. E il luogo fisico dove avviene tutto ciò è Sardegna Teatro a Cagliari.

E duncas Fulvio, a itte puntu es sa notte?

Bell’e in gherra chin su manzanu, pro chi ésistat de sor duos.