Il Pubblico Bene si propone COME una performance di carattere ibrido fra il teatro, il concerto di musica elettronica, una forma ritualistica e un esito audio-visivo

Il focus dello spettacolo riporta alla Sardegna: territorio percepito come esotico, si manifesta come paradigma dello sfruttamento del suolo, delle risorse e della popolazione, in un preciso scollamento fra le necessità degli abitanti e quelle del capitalismo.
Il passaggio interessato da queste riflessioni riporta al sottile passaggio dall’antropocene al capitalocene, come teorizzato da Jason W. Moore. È giusto parlare di antropocene nelle leggi fisiche: il peso dell’uomo interviene sul peso climatico e ne diventa una forza tellurica. Ma dire ciò implica la distribuzione delle stesse responsabilità su tutti, dalla city di Londra alla foresta brasiliana. È piuttosto la gravitas del capitale che impone il cambiamento, ed è proprio il capitalismo che si impone in quanto forza organizzativa di questo. Ci sarà, infatti, sempre una élite decidente e una che sopporta le decisioni: il cittadino passivo rinasce e, nella performance, dal canto della culla e del bosco, assume il microfono e grida, sbraita, distrugge. Decide di aderire alla devastazione della sua stessa terra, quantomeno per avere un ruolo che lo riporti al superamento dell’inattività. Se il bene non è permesso, allora che si permetta il male (da Dostoevskij: se Dio non esiste, allora tutto è permesso, I fratelli Karamazov).

Il canto sardo, nella variante del Cuncordu, viene interpretato e si interseca con i temi, per l’esecuzione di un rituale antico, eseguito da figure contadine che interagiscono con la propria terra e con il silenzio: come si inserisce questo canto antico e latente nel suono delle trivellazioni e delle industrie? Il contadino che canta si ammala del tumore provocato dai fumi della fabbrica vicina, aperta con l’ambizione progressista di una vita migliore? Che cosa è esattamente una vita migliore? A partire da questi interrogativi nasce l’esigenza di una drammaturgia con dei personaggi non chiari e non definiti, talvolta distaccati nella parola e straniati da loro stessi, talvolta immedesimati nelle lacrime e nell’assenza. Ma che cosa è assente? È assente la comunità, intesa come gruppo di persone che godono di uno stato comune e pubblico, definendosi come Bene.

Cosa è il Bene Pubblico, si chiede il personaggio? Si esorta continuamente di difendere il Bene Pubblico. Ma ciò che è pubblico, esattamente, di chi è? A chi appartiene ciò che, usufruibile da chiunque, è funzionale a pochi? Ad esempio, tutti possono andare nella spiaggia di Porto Cervo, esistono leggi che ci dicono della possibilità di questo. È permesso. Ma chi ha davvero il potere di partecipare alla vita decisionale della spiaggia di Porto Cervo? Chi può essere qualcosa di più d’un semplice bagnante? Il cittadino ha un diritto di parola e d’espressione, oppure può solo goderne nei semplici termini di cittadino mordi e fuggi, che utilizza e – pensa – di goderne ma che poi deve andar via, tornare nei suoi spazi, nelle periferie residenziali, nei dormitori urbani?
Il dialogo fra Azzu e Corrias – voce antica e musica contemporanea – si muove sullo sfondo scenografico della proiezione di un montaggio di riprese del paesaggio immacolato e ameno dei decenni passati, in bianco e nero, per una percezione del tempo trascorso e irrimediabile: appare, mai come in questi ultimi anni, che ciò che è stato non sarà più e sarà ineluttabile del suo cambiamento. L’uomo passa e non lascia che i suoi resti, perdendo ogni contorno armonico con la natura, determinandosi in un suono figlio del fastidio, del disagio, del profitto fine a sé stesso, in un cambiamento accelerato (Eriksen) che non propone, ma che sa solo assumere senza restituzione.

Il materiale d’archivio, concesso da Sardegna Digital Library, si mostra come una vera e propria opera cinematografica: il voice-over di Azzu – dall’esterno, in live e fra il pubblico – accompagna, immagina, interagisce con il canto antico in sardo e il lavoro di Corrias. Ogni scena presenta tinte, ritmi e visioni che portano a determinate tematiche e legami emotivi-intellettuali annessi. Essi vengono codificati musicalmente in atemporali paesaggi sonori che contornano una Sardegna quasi-mitica; in rivoltosi movimenti di batteria preparata che emulano i macchinari industriali, impiegati nel ridare spazio alla natura laddove l’uomo esercitò il suo ego; in elogi ai suoni e strumenti folkloristici, campionati e processati digitalmente in accompagnamento a vibranti sintetizzatori polifonici che creano una commistione temporale e stilistica tra il folk isolano e l’elettronica.
Infine, il personaggio attuato da Azzu soffre di solitudine. Si domanda come l’individuo singolo possa rapportarsi a questo tipo di dinamiche. Si chiede: perché non agiamo tutti Perché io e soltanto io ho il microfono? La risposta ipotetica viene dagli studi di Bourdieu e di Csordas: non abbiamo un habitus che ci plasma come esseri sociali. Le nostre risposte sono plasmate dalla cultura che ci circonda e a cui siamo esposti dalla nascita. Non siamo
completamente determinati da cultura, società, contesti familiari, ma c’è di mezzo uno spazio dialogico che è il corpo inteso come: noi entriamo nel mondo non come una mente dentro un corpo; noi entriamo nella realtà come corpo con cui, prima di conoscere razionalmente, ci approcciamo tramite il corpo. In parte il corpo plasma la realtà in un modo che è prerazionale e pre-logico, ma non è pre-culturale perché comunque quel corpo viene plasmato dall’habitus. Da una parte l’habitus dice: i corpi non sono oggetti trascendentali. Ogni corpo è storicamente specifico e contingente: ci sono delle contingenze che lo determinano. Ad ogni modo è il terreno con cui significhiamo il mondo. Non c’è una mente che è in un corpo che è nel mondo, ma c’è un soggetto che conosce e significa attraverso il corpo.
È in questo vuoto di potere, che permette l’essenza del corpo e la sua presenza, in un vero e proprio spazio e tempo, che si inserisce la voce del personaggio e la sua azione, il rapporto con l’immagine, con ciò che è stato e che non sarà, con l’assenza, con la presenza, con la sopportazione di sé stesso e dell’altro.
Simone Azzu
Martino Corrias
Simone Azzu
Martino Corrias
Simone Azzu e Martino Corrias lavorano insieme dal 2021. Hanno debuttato con la performance Petter: Prigioniero Politico, in co-produzione con l’Istituto Storico Parri, con il patrocinio del Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna e il Parco Nazionale dell’Asinara. Petter: Prigioniero Politico ha debuttato presso il Teatro del DamsLab/La Soffitta (Bologna) nel 2024 e viene distribuito in Italia e all’estero. È stato presentato in diverse città e in numerosi contesti istituzionali e non, fra cui il Festival Internazionale della Storia dell’Università di Bologna.

