martedì 21 Maggio 2024
Sa Die | II Edizione
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Suite: il nuovo disco di Arrogalla

Il debutto a SA DIE dalle parole di Francesco Medda

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Suite è il nuovo disco di Arrogalla, producer sardo che fa convivere nella sua elettronica, dub, cumbia, musica popolare sarda e paesaggi sonori in una intensa trama poliritmica multistratificata. Fluiscono con grande naturalezza i suoni di mercati mediterranei e africani, paesaggi sardi, esercitazioni militari, ritmi e voci senza tempo. Le interferenze elettroacustiche fanno capolino tra beat e balli sardi, sui quali si incastrano campioni tropicali. Suite fa riferimento alla forma compositiva dell’opera, concepita come
un’unica traccia la cui partitura, illustrata da Carol Rollo, impreziosisce ulteriormente il progetto.

Suite esce per l’etichetta discografica indipendente La Tempesta Dischi nella sezione SUR dedicata alle musiche dal mondo. Al disco ha contribuito Pier Gavino Sedda con i suoni dei Tumbarinos di Gavoi, il Cuncordu e Tenore de Orosei e Su Cuntrattu Seneghesu con il cantu a tenore, Francesca Romana Motzo al clarinetto, Mauro Palmas alla mandola, Pierpaolo Vacca all’organetto diatonico e la band reggae Ratapignata. Il disco è stato mixato e registrato a San Gregorio (CA) e masterizzato presso il Suvitas Studio di Castelsardo (SS).

Arrogalla

SUITE – Presentazione del disco dalle parole di Francesco Medda Arrogalla

Come cresci in una terra colonizzata, la cui cultura è stata resa minoritaria, periferica e subalterna rispetto a quella dominante, una cultura di cui non controlli la narrazione? Con autorazzismo e autocelebrazione, esaltazione e disperazione, sempre alla ricerca della specialità, in un senso o nell’altro. Dalle mie parti è il rapporto con il mare la metafora perfetta: per alcuni, luogo infido dal quale arrivano sciagure, per altri, trampolino per il dominio del mondo da parte dei nostri antenati nuragici.

 

A livello musicale, questa schizofrenia si manifesta spesso con una esaltazione dell’«etnico», con suoni speziati ed esotici fintamente immutabili nel tempo, allo stesso modo di un abito pseudo-tradizionale sfoggiato da un gruppo folk. Si tratta di una narrazione tossica! Tutto quello che è vivo cambia, si evolve, non è mai fermo. Così come affermava il leader del popolo Kanak della Nuova Caledonia, Jean-Marie Tjibaou, «l’identità è davanti a noi».

 

Per chi, come me, vive la propria cultura con serenità, attingere al locale non è esotico, identitario, ancestrale, millenario, speciale, specifico e unico. È semplicemente normale. È normale parlare e pensare nella nostra lingua, giocare con gli elementi della cultura e contaminarci con qualsiasi cosa ci incuriosisca, fottendocene di tutto, senso e significato compresi. È normale su matzamurru, sa cassola, sa burrida, su scabèciu e sa frègula, piatti poveri della tradizione del sud dell’Isola, inclusivi e mutevoli a seconda degli ingredienti a disposizione. Ma è altrettanto normale la pizza, la nouvelle cuisine, il McDonald’s, il poke e la cosiddetta cucina etnica, quella italiana compresa.

 

Quando manipolo i suoni, parto dalla normalità de su matzamurru. Rigetto qualsiasi forma di chiusura rigorosa, monolitica e conservatrice, e mi sento parte di quella comunità di artisti che, ovunque nel mondo, producono musiche che vogliono essere specchio del circostante. Non è la rivisitazione o la scrittura convenzionale a portare avanti la mia ricerca, ma la combinazione dei diversi elementi a mia disposizione, anche quelli apparentemente più distanti, nelle forme più pazzesche e fantasiose. Con i timbri a spadroneggiare, a prescindere da note e tonalità. Cambiare sempre, evolversi e variare. Questa cosa mi piace un sacco, forse perché la varietà ha sempre fatto parte del mio habitat. I paesaggi, le lingue e le musiche mi hanno messo a disposizione un archivio sonoro sconfinato e in costante evoluzione.

 

Da queste parti è ancora facile ascoltare la musica tradizionale, sia nelle cantine dove ci si incontra per bere un bicchiere di vino, sia nelle numerose feste popolari. Ma non c’è solo questo. La diffusione dei media ha portato altri suoni che oggi sono un tutt’uno con l’ambiente, come la techno, l’hip hop (e le sue derivazioni) e le musiche provenienti da Napoli, dall’Africa, dal Sud America e dai Caraibi, pompate dallo stereo delle macchine e dalle casse bluetooth dei ragazzi. E poi ci sono le voci delle persone, di qua e di altrove, comprese quelle di Radio Tunisi. I canti degli uccelli: fenicotteri e pappagalli, gabbiani, tordi, merli, storni, falchi, folaghe, anatre, aironi, cornacchie e civette. C’è il traffico. E su tutti c’è il vento, che mischia ogni cosa. Ho imparato che l’ambiente e tutte le sue componenti condizionano la vita delle persone, e di conseguenza anche la mia dimensione creativa.

 

Vengo da dove tutti questi mondi si incontrano in modo spontaneo: culture tradizionali e contemporanee, paesaggi sonori e voci, che nella mia musica vengono filtrate in tempo reale attraverso il dub giamaicano e la cultura hip hop, due generi che consentono la libertà espressiva necessaria per dare forma alle mie idee. E tutto ciò senza abbandonare mai troppo il mio vicinato. Quello che mi ha visto crescere, in cui le case di mattoni in terra cruda e quelle “non finite”, ma già abitate, in blocchetti di cemento e mattoni rossi forati, coesistono con antichissime pietre sacre, palazzi da città dormitorio e chiese campestri di origine medievale ormai inglobate nel tessuto urbano. Le reti metalliche arrugginite, le tinte sgargianti, il cemento, la lamiera, il catrame, le antenne, l’erba e le canne palustri padroneggiano nel paesaggio fisico e visivo del mio quartiere.

 

Sono nato tra il mare, i monti e gli stagni. Nel sud di un’isola che si trova nel Mediterraneo e che guarda all’Africa. La nostra cultura è antichissima, un lungo filo mai spezzato tra il passato lontano e l’oggi. Ma mai chiusi entro noi stessi, siamo sempre stati interconnessi con il resto del mondo. Probabilmente come chiunque altro.

Curiosando tra i suoni del mondo mi sono innamorato della cumbia, una musica nata in Colombia che è diventata un linguaggio universale. Mi affascinano i bassi, gli strumenti, il ritmo e la sua dimensione divertente, ipnotica e stradaiola. Il suo essere musica che parte dalla dimensione del conflitto e che unisce tre grandi comunità umane. Quella africana, da cui provengono gli schiavi deportati nelle Americhe, le popolazioni locali, spesso sterminate, e i colonizzatori europei. Nonostante abbia radici in vicende drammatiche, sanguinose, ingiuste, la cumbia è uno spazio musicale dove diverse culture musicali convivono, si mischiano e suonano insieme.

 

Mi piace rubare. Dalle mie parti si dice: s’òmini chi no furat no est òmini (l’uomo che non ruba non è un uomo). Forse anche per questo ho preso la cumbia e l’ho fatta mia, cercando di condirla con i suoni provenienti dal mio immaginario. Chissà se su matzamurru è venuto bene?

 

Questo disco l’ho fatto così. Ho ritagliato campioni di cumbia e ci ho incastrato beat hip hop, glitch, e i suoni dell’orchestra di musica popolare sarda più punk che ci sia, ovvero quella di Gavoi, composta da tumbarinos, flauti di canna, triangolo, tumborro e voci. Ho sintetizzato i bassi sinusoidali, che sono poi stati doppiati con il sax contrabbasso da Maurizio Floris. Su questa base ho adagiato vari campioni di musica popolare sarda e mediterranea. Ci sono le voci registrate dagli etnomusicologi negli anni ’50 e ’60, alle quali ho applicato l’autotune per dar loro, alla maniera dei berberi del Nord Africa, una dimensione ultraterrena. C’è la ricchezza ritmica e timbrica del cantu a tenore, con su ballu turturinu di Orosei e su ballu ‘e càntigu di Seneghe. Ancora, c’è l’organetto diatonico suonato da Pierpaolo Vacca e la mandola di Mauro Palmas. E sotto un paesaggio sonoro costante, nel quale il matatu keniano si intreccia con i suoni di luoghi dotati di una fortissima identità timbrica (mercati, ambienti naturali, i territori sardi occupati dalle basi in cui si tengono le esercitazioni militari) in costante dialogo con il clarinetto suonato da Francesca Romana Motzo.

 

Ho scelto di combinare questi «ingredienti» dando loro la forma di una suite, in cui i diversi strati sonori fluiscono, si sovrappongono, dialogano tra loro e si sostengono a vicenda, scompaiono e riappaiono senza soluzione di continuità. In cui abbondano gli sfasamenti ritmici tra i suoni sincopati della cumbia, il dub solidamente in quattro e le musiche della tradizione Sardegna con i loro cicli ternari.

 

Una suite interamente suonata dal vivo, elaborando i suoni con dubbing e live electronics. Una suite in cui ho cercato di mettere dentro tutto ciò che ero quando l’ho composta, senza risparmiarmi.

 

Arrogalla

Arrogalla

Arrogalla

Francesco Medda Arrogalla è un artista sonoro nato in Sardegna nel 1981. La sua ricerca è una miscela creativa e sofisticata di sonorità popolari sarde, tropicali e mediterranee che incontrano l’hip hop astratto e la musica contemporanea, il tutto elaborato attraverso il linguaggio del dub delle origini.Ha sempre ascoltato hip hop, dub, techno, musica tradizionale sarda, le voci delle persone, il traffico e i suoni della natura, creando nel tempo un vastissimo archivio di esperienze e di materiali sonori che diventano elementi potenzialmente utili a creare musica nuova. Tutto ciò fa parte della sua caleidoscopica estetica. In questo senso, è un pioniere ed anche uno dei massimi esponenti nell’isola, ma non solo, di una modalità originale e sempre aggiornata di produzione musicale.Al lavoro di ricerca e di composizione associa un’intensa attività dal vivo, in Sardegna e fuori dall’Isola. Ha collaborato e collabora con Michela Murgia, Carlotta Vagnoli, Elena Ledda, Davide Toffolo, Mauro Palmas, Gavino Murgia, Giacomo Casti, Malasorti, Koi e organizza con Antas Teatro a San Sperate il festival di cultura popolare Cuncambias giunto alla ventesima edizione.Ha pubblicato per La Tempesta, S’ardmusic e numerose altre etichette e netlabel europee. (Foto: Alessio Cabras)
SUITE – ARROGALLA
Arrogalla - Suite - Cover by Carol Rollo
Arrogalla – Suite – Cover by Carol Rollo

TRACKLIST
01. Part 1
02. Part 2 feat. Pier Gavino Sedda
03. Part 3 feat. Pier Gavino Sedda
04. Part 4
05. Part 5 feat. Mauro Palmas
06. Part 6 feat. Pierpaolo Vacca
07. Part 7 feat. Cuncordu e Tenore de Orosei
08. Part 8 feat. Pier Gavino Sedda, Su Cuntrattu Seneghesu, Ratapignata
09. Part 9 feat. Pier Gavino Sedda

Prodotto, registrato e mixato da Francesco Medda a San Gregorio (CA)
Mastering al Suvitas Studio di Castelsardo (SS)
Artwork di Carol Rollo
Pubblicato da La Tempesta
Pier Gavino Sedda (Associazione Tumbarinos di Gavoi): tumbarinu, triangulu, tumborro, bena, pipiolu e boghe
Cuncordu e Tenore de Orosei: voci
Su Cuntrattu Seneghesu: voci
Maurizio Floris: sassofono contrabbasso
Massimo Loriga: scacciapensieri e gralla
Maurizio Marzo: chitarre
Francesca Romana Motzo: clarinetto
Mauro Palmas: mandola
Pierpaolo Vacca: organetto diatonico
Ratapignata: Mamma faimì movi riddim
Campioni di canti femminili tratti da “Musica Sarda. Canti e danze popolari” di Diego Carpitella, Pietru Sassu & Leonardo Sole (1973).
PAESAGGI SONORI
Matatu (Nairobi), Kawangware Market (Nairobi), Pescatori di Sant’Elia (Cagliari), Gabbiani (Nora), Mercato di Sant’elia (Cagliari), Uccelli nel lago (Naivasha), Medina (Tunisi), Foresta Badde Salighes (Bolotana), Àrdia (Samugheo), Castello Medusa (Samugheo), Vulcano spento (Longonot), Iris nel traffico (Nairobi), Telaio (Nule), Parco del Molentàrgius (Quartu Sant’Elena), Mercato Ballarò (Palermo), Storni nel Nuraghe Santu Antine (Torralba), Cala Inferno (Alghero), Capre (Desulo), Maschera di Su Bundhu (Orani), Slum di Kibera (Nairobi), Mucche (Bolotana), Le navi del porto salutano Sant’Efisio (Cagliari), Alba nello slum (Nairobi), Alba in centro città (Tunis), Cervi in amore (San Gregorio), Terme di notte (Benetutti), Un gregge lontano a Montes (Orgosolo), Esercitazioni militari notturne (Teulada)

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